Casa Lega-Nadiani


La casa dei Nediani, nei secoli XVII e XVIII era una delle principali del paese, come tutt' ora può vedersi dalla scala all'interno: anche se attualmente rivela una scarsa manutenzione. Sulla porta è scolpito in pietra uno stemma, diviso in due parti: a sinistra quello Lega, a destra quello Nediani.
Antonio Lega, oriundo del podere Bagnara di Fognano, aveva sposato in prime nozze Domenica Nediani, erede di questa casa. Rimasto vedovo si risposò con Giacoma Mancini, dalla cui unione, oltre a numerosi figli, nacque il famoso pittore macchiaiolo Silvestro Lega nel 1826. Fin da ragazzo dimostrò attitudine al disegno, ma l'ambiente in cui era nato non si dimostrava favorevole alle sue aspirazioni, inoltre le ristrettezze economiche della numerossima famiglia, che pure non era sprovveduta di beni quali la casa e diversi poderi, non gli permettevano una libera esplicazione delle sue capacità. Anche l'ambiente paesano, chiuso e ristretto, non poteva comprendere e incoraggiare la sua vocazione. Silvestro non si arrese e decisé di recarsi a Firenze, dove frequentò l'Accademia e la scuola del Mussini. In un primo periodo seguì l'indirizzo “purista” e neoquattrocentista, e in un secondo tempo maturò quello detto della “macchia”: l'impianto pittorico invece che dalla linea del disegno e dalla successiva coloritura era realizzato attraverso macchie di puro colore.
Questo è il periodo che lo ha reso celebre e lo ha inserito a pieno diritto tra i più grandi pittori del suo tempo. L'attività pittorica fu accompagnata dall'impegno politico-patriottico, che lo spinse a partecipare alle guerre risorgimentali. Trascorse una vita irta di difficoltà e certamente non riuscì a riscuotere i meritati riconoscimenti e neppure riusci a crearsi una situazione famigliare ed effettiva, che potesse soddisfare l’animo suo e la sua fantasia prettamente romantica. .
Dopo aver vissuto per lungo tempo a Firenze, ospite della famiglia Battelli, si trasferì al Gabbro (vicino a Livorno) presso altri amici, ma sopravvenne una progressiva cecità che gli rese sempre più difficoltoso il lavoro, finché un male incurabile pose fine alla sua vita travagliata all'Ospedale S. Giovanni di Dio di Firenze, nel 1895.